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	<title>Geisha Minah (wanna try?)</title>
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		<title>Coi denti</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2008 17:01:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geishaminah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eros]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Lei ti si offre Ti entra dentro Ti fa star meglio di qualsiasi cosa tu abbia mai provato prima E’ nel suo bacio Il mare più nero Che scorre più profondo di quanto Tu possa anche solo osare immaginare. Coi denti. (With Teeth – Nine Inch Nails) - 8 Novembre. Giovedì. Sera. - La città [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geishaminah.wordpress.com&amp;blog=3277962&amp;post=4&amp;subd=geishaminah&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="right"><i>Lei ti si offre<br />
Ti entra dentro<br />
Ti fa star meglio di qualsiasi cosa tu abbia mai provato prima<br />
E’ nel suo bacio<br />
Il mare più nero<br />
Che scorre più profondo di quanto<br />
Tu possa anche solo osare immaginare.</i></div>
<div align="right"></div>
<div align="right"><i></i><i>Coi denti.</i><i><b></b></i></div>
<div align="right"></div>
<div align="right"><i><b>(With Teeth – Nine Inch Nails)</b></i></div>
<div align="right"></div>
<div align="left"></div>
<p align="justify"><b>- 8 Novembre. Giovedì. Sera. -</b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">La città si sdraiava a semicerchio attorno alla collina coperta da un bosco fitto. Le costruzioni più antiche stavano ai suoi piedi senza osare arrampicarsi sulle pendici, quasi a non volerle violare. E’ un assurdo, mi dicevo, a venti metri da qui c’è il Duomo e poi alzi gli occhi e ti trovi davanti un bosco che sembra infinito.<br />
D’autunno la collina essudava una fitta nebbia che si riversava nelle strade e su di noi. A volte sembrava quasi che quella nebbia ci entrasse dentro. Come quella sera.<br />
Camminavo in fretta, i tacchi degli stivaletti che lottavano coi ciottoli del selciato ad ogni passo, accidenti a me.<br />
“Sara!”<br />
Scorsi l’ombra di Paolo che mi faceva segno da sotto i portici del teatro.<br />
“Sì.”<br />
“Sbrigati che sta per cominciare!”<br />
“E lo so, scusa! E’ successo un casino.”<br />
Attraversammo il foyer e raggiungemmo la platea varcando i pesanti tendoni di velluto. Gli occhiali mi si coprirono di condensa. Bon, meno male che non avevano ancora spento le luci.<br />
“Lì” mi fece cenno Paolo indicando due posti liberi. Mi lasciai guidare. Non vedevo un cazzo. Non si potevano prenotare poltrone nelle serate musicali: difficilmente si faceva il pieno, ma poteva anche capitare la sera in cui finivi in loggione. Questa volta era andata bene: c’erano le sonate per violoncello e piano di Brahms, ma gli interpreti erano due giovani coreani. Probabilmente anche la nebbia aveva fatto la sua parte tenendo a casa molta gente che veniva da fuori.<br />
“Che t’è successo?” mi chiese Paolo stampandomi un bacio sulle labbra.<br />
“Ma lascia perdere… se te lo dico ti metti a ridere” stavo nervosamente ripulendo le lenti dalla condensa con un lembo del maglione riempiendole di pelucchi.<br />
“Avevi il consiglio, no?”<br />
“Sì, ma il divertente è arrivato dopo. Mi ha placcata la Turati.”<br />
“ Azz’! E che voleva?”<br />
“In breve voleva farmi notare che il mio abbigliamento e il mio aspetto potevano essere un problema.”<br />
“Scusa?” sul viso di Paolo comparve un’espressione divertita.<br />
“Secondo lei le ex darkettone impunite come me, che si ostinano a vestirsi di nero, mettersi i tacchi, truccarsi, usare smalto scuro e, soprattutto, hanno il piercing alla narice, possono ‘destabilizzare gli studenti’. Sic. Ci ha messo quasi due ore per dirmelo, ma il succo era quello. Cioè, non è che mi vesta come la tipa di youtube col perizoma di fuori, no?  Ho 34 anni, cazzo. Dovrei conciarmi come la Bindi? Comunque è stato il piercing a mandarla in loop.”<br />
“Secondo me la Bindi è un punkabbestia dentro. E poi, in effetti, destabilizzi me” Paolo fece scivolare una mano a saggiarmi la coscia e mi baciò sul collo facendomi rabbrividire.<br />
“Scemo!” gli diedi un pizzicotto sul polso. “L’immagine della Bindi a un rave è raccapricciante.”<br />
“Sì, prof, puniscimi!”<br />
“Ma la pianti? Da domani smetto di depilarmi e divento un ratto di sagrestia.”<br />
“E io mi trombo la Turati.”<br />
“Le faresti un gran bene e avresti la mia benedizione.”<br />
“Sì, tanto t’abbiamo scoperta oramai: se si ascoltano le tue lezioni al contrario si sente Satana.”<br />
“Al rogo, al rogo!”<br />
“E’ il piercing che fa di te una vera porca destabilizzatrice.”<br />
“E corruttrice di giovani menti, non dimentichiamocelo.”<br />
“Meretrice dal naso forato.” Arrivò al pizzo delle autoreggenti. “Eh, non ci sono più le prof di una volta” sospirò.<br />
Ecco, gli occhiali erano puliti, finalmente. Me li spinsi sul naso e mi accorsi che l’uomo seduto accanto a noi ci guardava apertamente. E sorrideva. Mi sentii avvampare: doveva aver sentito tutto nonostante avessimo parlato più o meno sottovoce e il brusio in sala fosse forte. Cercai maldestramente di abbassarmi la gonna appena prima che le luci si spegnessero.<br />
“Che figura di merda!” sibilai all’orecchio di Paolo.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><b>- Più tardi. &#8211; </b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">Camminavamo nella nebbia, stretti per proteggerci dal freddo. Le strade erano deserte. Casa mia era a soli cinque minuti dal teatro. Io e Paolo eravamo stati amici per tantissimo tempo prima che le cose cambiassero fra noi. C’eravamo incontrati sul treno delle sette meno un quarto per Milano, quando facevamo l’università: giovani pendolari in coma. Lui era proprio carino, oggettivamente. Il classico alto, biondo con gli occhietti chiari da elfo e soprattutto quell’arguzia naturale e la battuta sempre pronta che lo rendevano diverso da tutti gli altri. Diventammo amici e la cosa sembrava finita lì. Ognuno si faceva i cazzi propri e aveva le sue storie. Quando con una botta di culo avevo trovato un posto come docente d’Inglese di ruolo, a cinquanta chilometri dalla nostra città, avevo deciso di trasferirmi. La sera del trasloco definitivo avevo invitato un po’ di gente, fra cui lui. Avevamo bevuto troppo e io ero elettrizzata. Eravamo finiti a letto. Scopava pure benino. Il mettersi insieme fu una cosa che non decidemmo nemmeno: era così è basta. Fra di noi c’era cameratismo, complicità, ci conoscevamo perfettamente. Persino troppo, mi dicevo a volte. E subito dopo mi sentivo un verme.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">“Non è stato male, no?” esordì lui.<br />
Dovetti riflettere un attimo per capire a che si riferiva. Ah, il concerto.<br />
“No, per niente.” risposi, “Solo che a casa ce l’ho nella versione di Rostropovich e Serkin.”<br />
“Evabbè.”<br />
“E poi hanno rovinato il teatro quando l’hanno ristrutturato e hanno messo la moquette: l’acustica è andata a puttane.”<br />
“Miii! E l’acustica, e Rostropovich… ma lo sai che sei una rompicoglioni?”<br />
“Assolutamente sì.”<br />
Mi fece scivolare la mano sotto il maglione e mi diede un’elasticata col reggiseno.<br />
“AHI!” mi girai di scatto afferrandogli il pacco. Lui si bloccò alzando le mani.<br />
“Te le stritolo!” minacciai.<br />
“Oh-oh… giochiamo pesante!”<br />
Già, giocare. Per Paolo era tutto un gioco. Sempre.<br />
“Posso fare di peggio…” cominciai a carezzarlo piano attraverso i pantaloni. Lo sentii guizzare e inturgidirsi. Gli aprii la cerniera e gli feci scivolare la mano nei boxer attillati. “Non parli più?” Mi alzai sulla punta dei piedi a cercargli la bocca. Lo tirai a me baciandolo mentre continuavo a massaggiargli il cazzo, così duro da sporgergli dall’elastico. Lo spinsi contro l’angolo del portone. Mi accovacciai davanti a lui, nascosta dalle pieghe del suo cappotto, e gli feci sentire il fiato caldo sulla cappella, le labbra che la sfioravano appena.<br />
“Stronza.” ansimò.<br />
“Com’è l’acustica del teatro?”<br />
“Una merda.”<br />
Con la lingua gli disegnai un cerchio sul glande.<br />
“E Rostropovich?”<br />
“Un dio.”<br />
Gli tenni per un secondo la cappella fra le labbra, quindi mi rialzai facendo scorrere piano la cerniera verso l’alto.<br />
“Ecco. Adesso, se vuoi, puoi salire da me.”<br />
Mentre aprivo il portone Paolo mi strinse da dietro, afferrandomi goffamente i seni come un adolescente.<br />
“Credo che la Turati abbia proprio ragione, sai?”<br />
“In che senso?<br />
“Sei profondamente, disgustosamente immorale.”<br />
“Lo so.”<br />
Il portone si richiuse alle nostre spalle.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><b>- 12 Novembre. Lunedì. Mattina. -</b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">Il Liceo Scientifico Avogadro era una delle poche costruzioni che avessero timidamente osato violare le pendici della collina e sembrava farne le spese. Costruito alla metà degli anni ’50 pareva quasi accasciarsi fra gli alberi, in una pozza di asfalto sconnesso. Si capiva che non aveva mai avuto velleità di bellezza o anche solo di una minima armonia: era un allevamento intensivo coperto di klinker color merda. I miei colleghi con maggiore anzianità ne erano perfette appendici. Mi chiedevo se e quando sarebbe successo anche a me di esserne fagocitata e di trasformarmi in uno zombie senza passione con una faccia lombrosiana e una gonna di tweed beige a metà polpaccio.<br />
Alzai il volume dello Zen a 19 e mi ficcai gli auricolari bene a fondo mentre salivo al terzo piano: che nessuno osasse rompermi le palle. ‘Happiness in Slavery’ dei Nine Inch Nails mi si riversò dentro. Dolorosa, come doveva essere. Trent Reznor è un fottutissimo genio.<br />
Entrai in sala professori: avevo un’ora buca e potevo correggere qualcosa. Il caffè della macchinetta sapeva di bruciato e vecchio, come al solito. Nella poltrona d’angolo era sprofondato Guazzoni, Storia e Filosofia, gli occhi cerchiati di rosso persi nel nulla e i capelli più unti del solito. Gesù. Non si muoveva proprio. Forse dovevo andare a chiedergli se stava bene, ma avevo paura che mi rispondesse sinceramente.<br />
Aprii la cartelletta e cominciai a passare i fogli dei test. Eccheccazzo: anche questa volta Bardi aveva combinato un casino bestiale con la versione. Calcolai il voto: 3. Sbuffando segnai un 4+ rosso sull’angolo del foglio. Fanculo, Bardi, un altro 3 non lo recuperi più, neanche con tutti i debiti del mondo. Mi ripromisi di fargli un discorso a quattr’occhi. Guazzoni mi guardò come se mi avesse sorpresa a copiare e io tornai quindicenne in un battito di ciglia. Mi chiesi se ci si nasceva, con quello sguardo, o se era una cosa che veniva col tempo, come le gonne di tweed. Fanculo anche a te Guazzoni: sì, è vero, faccio il tifo per loro, e dunque? Faccio il tifo anche per Bardi che se ne fotte di Thomas More e delle sue utopie alla facciaccia mia. Sono un’infiltrata, faccio il doppio gioco, baro. “Loro ti tolgono tutto, se li lasci fare. TUTTO!” mi aveva vomitato addosso una volta la Furlan, Matematica biennio, lo sguardo allucinato da lemure in acido. E che dovrebbero toglierti “loro”, Furlan? Che hai tu che “loro” non hanno? Mi vergognai immediatamente di quello che avevo anche solo pensato di quella donna evidentemente distrutta e le tesi un kleenex sentendomi immensamente buona e anche un po’ partecipe, vah.<br />
Qualcuno mi toccò la spalla facendomi sobbalzare. Era Cusato, o meglio, Don Gianni Cusato, Religione Cattolica e Seghe Mentali. Si portò indice e medio alle labbra accennando alla porta con la testa: sì, avevo proprio bisogno di fumare. Scendemmo in cortile senza una parola. Anche ‘sta cosa che l’unico collega con cui avessi stretto un rapporto umano decente fosse un prete era ben strana: m’ero fatta sbattezzare due anni prima, in pieno fervore anticlericale, e lui lo sapeva.  Ma forse dipendeva solo dal fatto che io e lui fossimo i più giovani là dentro.<br />
Aspirammo una lunga boccata.<br />
“Gianni, hai fatto in tempo a vedere The Wall dei Pink Floyd o avevi già trovato Dio?”<br />
Rise. “L’ho visto, l’ho visto. Ce l’ho in videocassetta. Perché?”<br />
“Hai presente la scena di ‘One Of My Turns’? Quella in cui Pink si porta in stanza la groupie?”<br />
“Fotogramma per fotogramma.”<br />
“Ecco. Secondo me Guazzoni prima o poi farà una cosa del genere in sala professori. Di punto in bianco spaccherà tutto e getterà la macchinetta del caffè dalla finestra urlando.”<br />
“Quello potrei farlo anch’io. A dire il vero ci penso tutte le volte che prendo il caffè lì. Ma sai che somigli un casino alla groupie di The Wall?”<br />
“Lascia perdere me e la groupie. Non è che potresti parlare a Guazzoni? Seriamente. E’ stato lì un’ora a fissare il vuoto.”<br />
“Perché non gli parli tu?”<br />
Già, perché non io?<br />
“Non lo conosco: cazzo gli dico? Guazzoni penso tu stia impazzendo? E poi tu, insomma… sei un prete, in fondo.”<br />
“Sono un prete, in fondo?” Rise ancora e si ingolfò col fumo.<br />
“Ma sì, hai capito. Ok, tu sei un caso a parte, ma credevo che certe cose ve le dessero come software di base. Un certo ruolo, le parole giuste…”<br />
“E le parole giuste quali sarebbero? Guazzoni, praticamente non ti conosco, ma sono un prete e in quanto tale ho il diritto di dirti che stai impazzendo?”<br />
“Beh, in effetti…” Spegnemmo i mozziconi nell’aiola. “Ma davvero hai la videocassetta di The Wall?”<br />
“Sì, perché?”<br />
“Questa cosa di un prete che ascolta i Pink Floyd mi ha tolto delle certezze.”<br />
“Si chiamano pregiudizi. Tu comunque non succhiare le dita a Guazzoni.”<br />
“Ma… ma… Don Gianni! Si vergogni!”<br />
“E mica ci son nato prete!”</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><b>- 14 Novembre. Mercoledì. Pomeriggio. -</b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">Il dottor Roveti mi porse un pezzo di carta ruvida e si tolse il guanto di lattice senza guardarmi.<br />
“Per il resto va tutto bene.”<br />
Mi sollevai dal lettino e mi ripulii dal gel prima di rimettermi gli slip. Già, per il resto. Ma quale resto? Occlusione tubarica bilaterale, era stata la diagnosi. Sterilità, in soldoni. Non che avessi mai cercato un bambino ma questa cosa mi pesava addosso come un macigno e non capivo perché. L’avevamo scoperto per caso mentre indagavamo su una presunta cisti ovarica.<br />
“La cosa positiva è che ha un utero perfetto” mi urlò dal bagno.<br />
Un utero perfettamente inutile. Grazie mille.<br />
“Non è una condizione così rara, sa?” disse asciugandosi le mani.<br />
E in che modo questo dovrebbe rinfrancarmi? Dovrei sentirmi meno sola? Donne sterili di tutto il mondo unitevi! E perché cazzo non mi guardi negli occhi, mentre me lo dici?<br />
“Un’altra cosa positiva è che in questo campo si sono fatti progressi enormi, ultimamente. Lei è a posto a livello ormonale e strutturale. Il suo è soltanto un problema, come dire, meccanico.”<br />
Silenzio.<br />
“Se mai volesse avere un figlio si può provare con l’inseminazione in vitro. Aspetti dovrei avere un libricino qui dove si…”<br />
“Quanto le devo?”<br />
“Scusi?”<br />
“Per la visita: quanto?”<br />
“150 Euro”<br />
Gli misi i soldi sulla scrivania.<br />
“Aspetti, le faccio la ricevuta se vuole.”<br />
Ero già fuori della porta. Mi precipitai verso casa senza aprire l’ombrello nonostante piovesse. Sterile, mezza donna, merce avariata, ramo secco, sterile. Vent’anni della mia vita passati nel timore di restare incinta e adesso che questa ipotesi era definitivamente scongiurata mi sentivo mutilata. Un problema meccanico e forse non c’ero manco nata così, ma avevo perso il treno ormai.  Nella mia pancia non sarebbe mai cresciuto niente di vivo. Mi bloccai e mi infilai una mano sotto la camicia: lo sentii appena sotto la scapola. Lo strappai via con le unghie. Un quadratino adesivo di cerotto, ultima frontiera della contraccezione. Ah! Pivello! Non sei niente in confronto alla mia occlusione tubarica bilaterale. Lo gettai in un cestino. Presi il cellulare e chiamai Paolo.<br />
<i> TIM. Informazione gratuita…</i> ma vaffanculo!<br />
Entrai in casa e mi buttai sul letto così, senza togliermi nemmeno il cappotto. Aprii la bocca e urlai nel cuscino.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><b>- 15 Novembre. Giovedì. Pomeriggio. -</b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">“Ciccia, m’hai chiamato ieri?” era Paolo.<br />
“Sì. Pensavo mi richiamassi prima.”<br />
“E scusami ma sono andato a prendere l’aperitivo con Giorgio e Teresa e ho spento il telefono. Ho visto la tua chiamata stamattina. Era urgente?”<br />
E beh, insomma.<br />
“No, niente di grave. Ne parliamo a voce stasera, dai.”<br />
“Stasera?”<br />
“Sì, stasera c’è il violoncello solo di Bach a teatro, ricordi?”<br />
“Ah già.”<br />
“Problemi?”<br />
“Beh… è che ieri ho preso un mezzo accordo con Giorgio per una pizza fra colleghi, stasera. M’ero proprio dimenticato del teatro.”<br />
“Ah, ok.”<br />
“Tanto ci vediamo nel weekend, no?”<br />
“Ma sì. E’ che avevo bisogno di parlarti.”<br />
“Ma che succede?”<br />
“No, non così, al telefono. Ne parliamo nel weekend, d’accordo?”<br />
“No, dai, cavoli, così mi fai stare in pensiero. Accennami qualcosa, almeno.”<br />
“E’ che, beh, ieri sono andata dal ginecologo. Sai, erano arrivati quegli esami…”<br />
“Ah, già! Tutto bene?”<br />
“Io sto bene, è tutto a posto… solo che…”<br />
“Solo che?” Che c’era nella sua voce? Ansia?<br />
“E’ che… cioè, in breve non posso avere bambini.”<br />
Un sospiro. “Ah beh. Cavoli, meno male. M’hai fatto prendere un colpo. Pensavo l’opposto.” Gelo. “Sara? Sei ancora lì?”<br />
“Sì.”<br />
“Ci vediamo nel weekend, ok?”<br />
“Ok.”</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">Per non capire assolutamente un cazzo di cose di donne ci vuole un certo talento naturale e una buona dose di abnegazione. Complimenti Paolo. Con questa ti sei laureato summa cum laude.<br />
Per la prima volta in due giorni mi concessi qualche lacrima. Ricomponiti, perdio! Che t’aspettavi? E adesso fatti una doccia calda, vestiti, rifatti il trucco ed esci, forza. La parola d’ordine è minimizzare.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><b>- Più tardi. &#8211; </b></p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">La nebbia era più fitta ancora della settimana prima, se possibile. Camminavo di lampione in lampione orientandomi con le vetrine dei negozi. Ancora tre traverse e sarei stata al porticato del teatro. Fu allora che mi sentii guizzare dentro, inaspettata e violenta, la larva del panico. Cazzo, stavo cedendo. Mi bloccai e mi appoggiai al muro. Dovevo agire in fretta, prima che diventasse troppo forte per contrastarla e scoppiasse il vero e proprio attacco. No, caro, non mi fotti più, non scaverai più il tuo fetido nido nella mia carne, ci sei stato dentro fin troppo e mi hai devastata. Adesso basta. Respirai a lungo, piano, e la visualizzai, come mi avevano insegnato. L’attacco di panico è un simbionte, non un parassita come molti credono. Un simbionte molto stronzo e prepotente, è vero… ma sempre simbionte resta. E come tale porta vantaggi a chi lo ospita. Ora: io non avevo più bisogno di questi vantaggi, non al prezzo che lui stabiliva, almeno, e non con gli interessi che sapevo mi avrebbe chiesto. Mi proiettai dentro il suo nido e lo afferrai. Lo portai fuori da me, fumante e viscido, e mi soffermai a guardarlo un attimo prima di lasciarlo cadere a terra e schiacciarlo col tacco mentre ancora si dibatteva. Ciao, stronzo, alla prossima. Ripresi a camminare.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">Ero stanca e avevo molta poca voglia di umanità, quella sera, specialmente di quell’umanità lì, che puzzava giglio morto, cipressi e muffa come un camposanto. Presi il pieghevole di sala, feci tre rampe di scale e mi infilai quasi furtiva in un palco laterale vuoto. Il problema dei palchi sono le dannatissime poltroncine dure e scomode, con un solo bracciolo. Mi ero spesso interrogata sul perché del bracciolo unico senza riuscire a trovare una spiegazione logica. Probabilmente quelle poltroncine sono figlie dell’epoca in cui il teatro è stato costruito: pieno barocco. Forse il sadismo intrinseco della posizione rigida in cui ti costringono è nato dall’esigenza di impedire che il signorotto locale e la sua cornutissima dama si abbioccassero molto poco dignitosamente durante la rappresentazione. Boh? Comunque quelle malefiche poltroncine ce le sorbivamo anche noi,  trecentocinquant’anni dopo. Ahia.<br />
La porta del palco si aprì alle mie spalle con un soffio e l’uomo entrò strappandomi alle mie elucubrazioni leziose sul falsamente lezioso arredamento barocco. Si sedette sulla poltroncina gemella alla mia.<br />
Ficcai il naso nel pieghevole fingendo interesse per la biografia dello sconosciuto giovane violoncellista polacco che avrebbe suonato quella sera, mentre continuavo a guatare di soppiatto il mio silenzioso compagno di palco. Dove l’avevo già visto? La presa di coscienza mi piombò addosso come una mannaia: era il tipo seduto accanto a me e Paolo la settimana prima. Mi tornò in mente come mi guardava e sorrideva, quegli occhi verdi in una corolla di ciglia lunghe e folte come quelle dei bambini di Aleppo: da farti impazzire. E no! E no! Così non va bene. Scattai in piedi e mi misi a cercare qualcosa di inesistente nella borsetta che avevo abbandonato su uno degli sgabellini: dovevo agire in fretta prima che il mio maledetto rossore da pulzella oltraggiata diventasse troppo palese. Alla mia età mica si arrossisce più, cazzo! Cioè, si arrossisce per uno sbalzo di pressione, per un boccone andato per traverso, non perché uno ti guarda, o meglio, t’ha guardata la settimana prima. E probabilmente manco si ricorda di te. O magari t’ha guardato le cosce, visto che erano lì in esposizione, e allora? Uuuh! T’ha guardato le cosce, sai che roba! Vai su Internet e googli, chessò, Lesbian Dungeon Inferno e lì altroché cosce!<br />
Ma lo guardavo da lì dietro: era brizzolato e massiccio, senza essere grosso. Poteva avere dieci anni più di me. Mi colpirono le sue mani nervose, con una peluria scura che scendeva oltre il polso fino alle dita. Era proprio bello, cazzo! Sentii un lieve sfarfallio nella pancia e la fica che mi si contraeva. Ma che minchia stai facendo, Sara? Siediti e sta’ buona, per favore. <i>(ZITTA TU!) </i>Lasciai vagare lo sguardo nel teatro a trovare conferma del mio sospetto: la platea era ben lungi dall’essere al completo, nel primo e secondo ordine solo i palchi centrali erano occupati e nel terzo c’eravamo solo noi, in quello sfigatissimo laterale. Sentii il clic metallico di una tagliola scattarmi dentro. C’era premeditazione, dunque. E bravo il mio sconosciuto! Che volevi fare? Scambiare due parole? Cercare un contatto umano? O magari persino fare amicizia, eh?<br />
La cosa che mi stava riempiendo da dentro era nuova ma familiare, un fluido nero, sconcertante e osceno, che sgorgava direttamente da quella manciata di cellule antiche che chiamano cervello rettile e non lasciava spazio ad altro. Niente pensieri, niente sovrastrutture, niente scuse ed eufemismi. Niente. Solo quella fame profonda come un pozzo che mi torceva le viscere.<br />
Lui si mise leggermente di profilo e potei osservarlo con occhi nuovi stavolta, soffermandomi su ogni particolare, sulla barba di un giorno, sulle labbra piene ma non molli, sul naso difficile e soprattutto su quegli occhi torbidi e stanchi affogati in ciglia di bimbo. Era così vivo, nelle sue imperfezioni, da farmi quasi tenerezza. Quasi.<br />
Ripresi posto accanto a lui in attesa che lo spettacolo avesse inizio. Chi è di scena. Le luci si abbassarono, il brusio scemò, poi un applauso e la Suite n.1 in Sol Maggiore si distese su di noi.<br />
Lasciai che fosse lui a decidere quando avvicinarsi e lo fece quasi subito: una gamba sfiorò la mia, discretamente, innescandomi. Il fluido nero aveva ormai raggiunto ogni mia cellula e la fame mi urlava dentro. Gli presi la mano e ci stringemmo le dita qualche secondo, come in un minuetto. Gli carezzai la guancia. Chiuse gli occhi appoggiandosi alle mie nocche come un gatto in cerca d’amore e io gliene concessi un po’. Indugiai su di lui in quel limbo tattile carico di tensione: gli zigomi, la vena che gli pulsava furiosamente sul collo, le labbra dischiuse. Lì, fra le sue labbra, trovai il pertugio per arrivare finalmente a lui. Mi rifugiai lì annusando curiosa il suo calore e lo assaggiai piano per la prima volta. Era buono. Gli presi la nuca e lo spinsi a me, lo costrinsi a schiudersi e quindi lo violai a fondo con la lingua, giù, dentro la sua testa, mi riversai in lui per poi aspirarlo in me in quel primo scambio di umori e carni e poi ancora, onda e risacca, onda e risacca: volevo berlo, volevo mangiarlo. E lì, bocca nella bocca, respiro nel respiro, lui cedeva. E aspettava. Ma la sua bocca non mi bastava più e scesi a cercare altra carne facendomi strada frenetica fra i bottoni della sua camicia fino al petto, al ventre che leccai piano risalendo poi ai capezzoli eretti che inumidii e quindi imprigionai e pinzai con le unghie strappandogli una specie di sfrigolio sorpreso. E ancora con la bocca a cercare la carne morbida e bianca dei suoi fianchi in cui affondare i denti e succhiare, la pelle liscia della schiena in cui piantare le mie spine. Non mi bastava, dio, non mi bastava. Diventammo liquidi e gocciolammo a terra. Mi accasciai sul suo petto e venni catturata dal battito rapido del suo cuore. Restai ad ascoltare. Lui mi sfiorò timidamente i capelli quasi a richiamare la mia attenzione, come se fosse possibile dimenticarsi di quel che stava succedendo. Lo guardai. La bocca macchiata del mio rossetto era piegata in un sorriso, in QUEL sorriso, che sembrava sanguinare incredulo. Gli slacciai la cintura e la patta ed esposi il cazzo scuro ed eretto. Ebbi un capogiro. Carne. Gli abbassai i pantaloni e mi misi in ginocchio davanti a lui. Gli divaricai le gambe e cominciai a leccarlo a lungo nelle pieghe salate fra cosce e scroto, gli presi in bocca le palle, una ad una, le succhiai, le trattenni leggermente fra i denti facendole contrarre. Quindi scesi più giù, seguii la striscia di pelle dura e liscia che porta all’ano con la lingua morbida, larga, rassicurante. Lasciai cadere qualche goccia di saliva che scivolò nella sua fessura e poi risalii all’asta che lappai lentamente, dalla base verso l’alto, giù e su, fermandomi appena sotto il glande. Lui era bianco, esposto, vulnerabile, fragile, invitante. Aveva lo sguardo di un animale randagio accecato sull’asfalto dai fari di una macchina. Che dolce. Chiusi le labbra e raccolsi in un bacio la piccola perla di liquido salato che gli si era formata sulla punta del cazzo. La sentii sciogliersi sulle labbra e quindi la gustai. Mi protesi su di lui e lo baciai ancora, coi denti e la lingua dura. Ci staccammo. Un filo di bava gli colò sul mento. Lo ripulii. Scesi piano verso la sua fessura e cominciai a massaggiargli delicatamente l’ano con le dita umide. Dapprima si contrasse, ma io continuai a guardarlo negli occhi e toccarlo in cerchi lenti e a spingere appena, senza forzare, facendogli al contempo scorrere l’altra mano sul cazzo, per tranquillizzarlo quel tanto che bastava a farlo rilassare. Ed infine si schiuse un po’ ed io entrai in lui con un dito, piano piano, godendomi lo spettacolo della sua faccia, delle emozioni che si alternavano palesi su di essa, mentre lo penetravo fino all’ultima nocca. Dovevo stare attenta a non fargli troppo male con le unghie. Il respiro gli si mozzò in un singhiozzo. Ecco, ero dentro. Mi chinai su di lui e gli ingoiai l’uccello giù, più a fondo che potevo per poi risalire e attorcigliarmi come un serpente alla sua cappella, e poi giù, di nuovo in gola e ancora su, succhiando e avvolgendolo nella lingua. Dietro si aprì come un bocciolo. Infilai un secondo dito in lui. Trovai il rigonfiamento della prostata e lo carezzai a tempo con i movimenti della mia testa sul suo sesso, spingendolo verso me mentre scendevo, per poi ritirarmi e tornare a penetrare la sua carne sempre più molle, sempre più veloce. E intanto continuavo a succhiarlo e a massaggiargli le palle come se non ci fosse più domani. Dio, come gli piaceva. Dai suoi gemiti e dai suoi scatti capii che stava per venire.<br />
Mi bloccai.<br />
Così, seminudo per terra, col cazzo duro, le gambe ancora aperte e gli occhi spalancati a cercarmi sembrava una bambola rotta.<br />
Presi dalla borsa un portacipria e cominciai a ripulirmi sommariamente con un fazzolettino. Poi mi abbassai la gonna, raccolsi il cappotto dallo sgabello e mi accovacciai accanto a lui.<br />
“Mi spiace. Avessi avuto un cazzo t’avrei fottuto con quello.” gli dissi sorridendo.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">La temperatura era scesa e la nebbia era caduta in miliardi di piccoli cristalli di ghiaccio che scintillavano sul selciato. Mi infilai gli auricolari dello Zen ben a fondo e schiacciai play. ‘With Teeth’ dei Nine Inch Nails mi si riversò dentro riscaldandomi. Eh sì: Trent Reznor è proprio un fottutissimo genio.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="right"><i>(pubblicato su ISR  il 15/3/2008)</i></p>
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		<title>Lyuba</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2008 15:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>geishaminah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eros]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando aveva teso la mano per riprendere la sua copia del libro, lui le aveva afferrato il polso e si era sporto verso di lei. “Aspettami.” Le aveva detto, “Devo parlarti.” Pochi minuti più tardi, dopo aver finito di firmare i libri e aver fatto le foto di rito con i proprietari della libreria, si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geishaminah.wordpress.com&amp;blog=3277962&amp;post=3&amp;subd=geishaminah&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Quando aveva teso la mano per riprendere la sua copia del libro, lui le aveva afferrato il polso e si era sporto verso di lei.<br />
“Aspettami.” Le aveva detto, “Devo parlarti.”<br />
Pochi minuti più tardi, dopo aver finito di firmare i libri e aver fatto le foto di rito con i proprietari della libreria, si era diretto verso di lei e l’aveva portata in un angolo calmo.<br />
“Devi imparare a non mediare con te stessa.”<br />
Lei lo guardò interrogativa.<br />
“Che non significa non riconoscere i propri limiti e i propri punti deboli, anzi. Proprio questi, se riconosciuti, possono divenire punti di forza. Smettila di pensare a quello che gli altri si aspettano di leggere da te. Scrivi per te stessa. Scrivi in fretta, in maniera grezza, brutale. Non rileggerti. Ci penserai dopo. E quando rivedrai quello che hai scritto, limitati a correggere i refusi e gli errori grossolani ma non cambiare i tuoi pensieri. Non avere paura delle frasi troppo lunghe né di quelle troppo corte. Scrivere è come vivere e quando vivi il tempo si contrae e si dilata. E’ naturale. Tanto naturale che nemmeno ce ne accorgiamo se non quando tentiamo di mettere la vita sul foglio. Non abbandonarsi ai suoi ritmi sarebbe come violentarla.”<br />
Quel fiume di parole che lui le aveva riversato addosso l’aveva spiazzata. Non aveva fatto domande durante il dibattito, non gli aveva detto nulla quando aveva portato il libro a firmare. Che cosa lo aveva scatenato?<br />
Le si avvicinò e le sussurrò all’orecchio:<br />
“Da quanto tempo non ottieni ciò che desideri? Da quanto tempo, Lyuba?”<br />
Il suo nickname. Venne presa da una sensazione di panico che le sfrigolò lungo le ossa. Sapore di metallo in bocca e ondate di calore. Istintivamente distolse lo sguardo dagli occhi di lui e cercò una via di fuga.<br />
“No, non scappi di qui. Non ci pensare nemmeno.” Sembrava quasi leggerle nella mente. Sentiva il suo odore e il calore che il suo corpo irradiava. La sua presenza fisica incombeva su di lei. Non riusciva a decifrare quello che i suoi occhi scuri  celavano. Sembrava quasi rabbia.<br />
“Dimmi cosa vedi.”<br />
Lei si guardò attorno e deglutì prima di cominciare a parlare:<br />
“Si tengono tutti a distanza da noi. Ci guardano.”<br />
“Non pensare agli altri. Tu pensi sempre agli altri. Stiamo dando spettacolo, è vero. Ti ho coinvolta e ho giocato sporco, è vero. Ma tanto tutti loro pensano che io sia un satiro pazzo dotato di un certo talento e non ti daranno la colpa di nulla. Tu cosa vedi?”<br />
“Non capisco.”<br />
“Non ti sto chiedendo di capire. Cosa vedi?<br />
“Vedo te.”<br />
“E tu? Che ruolo hai in questo?”<br />
“Ti sto… subendo.”<br />
“Solo?”<br />
“Sono sorpresa.”<br />
“Sorpresa? Mi deludi, mi aspettavo qualcosa di più da te, Lyuba! Di solito non ti mancano le parole.”<br />
“Non mi chiamare più per nickname.” Il suo fu quasi un grido.<br />
“Ti disturba?”<br />
“Molto. Quello che mi stai facendo è da vigliacco. Non capisco…”<br />
“Non sono io il vigliacco, qui.” Il suo sarcasmo la colpì come una sferzata. Lacrime di rabbia le si coagularono al centro della fronte in un nodo doloroso e pulsante.<br />
“Figlio di puttana.” Una lacrima le sfuggì e rotolò lungo la guancia. La sentì cadere calda sul petto arrossato.<br />
“Piangi? Mi subisci? Sei sorpresa? Devo essere proprio un mostro, Lyuba, vero? Hai messo la tua foto in rete, tieni un blog in una lingua non tua per raggiungere più gente possibile. E racconti del tuo desiderio in mille modi diversi, esattamente come me. Io vengo pagato per farlo e tu no. Questa è l’unica differenza fra di noi. Se non avessi voluto essere riconosciuta non avresti messo la tua foto in rete. E non avresti scritto che saresti venuta qui oggi. Di cosa ti stupisci, allora? Che uno alla fine ti abbia riconosciuta? Che uno associ te, la tua faccia, ai tuoi desideri e alle tue perversioni? Tu l’hai fatto con me. Che c’è di tanto mostruoso nella reciprocità?”<br />
“Tu non sai chi sono.”<br />
“Balle. Conosco Lyuba. La conosco benissimo.”<br />
“Non sono Lyuba. Mi chiamo Chiara e faccio la bibliotecaria in una piccola città.”<br />
“Balle. Tu sei Lyuba e ti sei messa addosso un abito di decenza che ti sta stretto. Talmente stretto che non vedevi l’ora che qualcuno te lo strappasse via. Questo abito si chiama Chiara. Ebbene, è successo alla fine, qualcuno ti ha strappato quell’abito. Eccomi qui.”<br />
La rabbia le esplose dentro all’improvviso.<br />
“Si può sapere che cazzo vuoi, stronzo arrogante? Parli solo tu. Sai tutto tu. Che cazzo ne sai tu della mia vita, eh? Tu di me sai solo quello che hai letto, e quello che hai letto non sono io. Chiara si alza ogni mattina alle 7 e va a lavorare. Chiara va a fare la spesa e cerca i detersivi in offerta. Chiara passa l’aspirapolvere e dorme in pigiama. Chiara…”<br />
“Sì certo, Chiara è una persona estremamente decente e perbene e infatti Chiara se ne sarebbe già andata. TU sei ancora qui, invece.”<br />
Le sue ultime parole risuonarono nel silenzio totale. Tutti gli sguardi del negozio si concentravano su di loro, attoniti.<br />
“Andiamocene da qui.” Le strinse il polso, raccolse il cappotto di lei dalla sedia e la trascinò con sé fuori. “Non ti preoccupare. Per loro è solo un’altra follia di Ulian Malikov.”<br />
Una macchina era ferma all’uscita ad attenderlo. La fece salire e si lasciò cadere accanto a lei. Chiara rimase immobile guardandosi le scarpe. Quanto tempo era passato? Pochi minuti. Pochi minuti e lui l’aveva precipitata in una dimensione surreale e claustrofobica. Non riusciva a guardarlo, non riusciva a pensare. Lo vedeva muovere nervosamente il piede mentre continuava a toccarsi la fronte e le labbra. Scuoteva il capo come se stesse cercando di afferrare delle parole che gli sfuggivano.<br />
Le strade illuminate scorrevano fuori dai finestrini. Il silenzio era irreale. Dentro di lei i pensieri si accavallavano e spezzavano in schegge acuminate prima di riuscire a formarsi.<br />
“Che cosa ha ucciso i tuoi sogni, Chiara?” La voce di lui era finalmente morbida, quasi dolce. Anche quando pronunciò il suo nome non lo fece con la nota di disprezzo che aveva usato prima. “Non può essere stata solo la spesa, la sveglia alla mattina, il lavoro. Cosa, allora?”<br />
“Che intendi?”<br />
“Sai bene che intendo. Lyuba raccontava storie fantastiche senza preoccuparsi. Lyuba era un folletto perverso che ti catturava in una danza attorno al fuoco. Lyuba se ne fregava se qualcuno diceva che non poteva volare: si gettava e volava… e ti prendeva per mano per mostrarti il suo mondo dall’alto. Lyuba era carne calda trasformata in parole.” Le tolse il libro dalle mani e le strinse fra le sue. Appoggiò il viso sul collo di lei e le disse in un soffio: “Tu non sai quante volte ti ho scopata. Almeno tante quante tu hai scopato me.” Aspirò a fondo il profumo dei suoi capelli e poi proseguì “Aleksey, Lyov, Matvei, Georgyi. Mi chiamavi in cento modi, ma io sapevo di essere lì. Tu mi invitavi dentro di te e cominciavi a pulsare. Lasciavi che ti guardassi mentre godevi. Volevi che gli altri ci guardassero godere. E io prendevo da te e continuavo a scoparti con le parole. Lidia, Lara, Leda… ti scopavo ogni volta in modo diverso. Il mio periodo L, l’hanno chiamato. Sapevo che mi leggevi, lo scrivevi, scherzavi riprendendo i miei racconti e completandoli.”<br />
La leggera barba di lui le pungeva il collo. Un torpore caldo le si accese nel ventre quando le prese la nuca e la strinse ancora di più a sé.<br />
“Poi t’ho vista ingrigire e raffreddarti. Vedevo che stavi morendo. Andavo alla tua porta tutte le sere e la trovavo chiusa. E se anche era aperta i tuoi racconti erano ombre fredde. Lyuba non sorrideva più. Lyuba non poteva volare.”<br />
Chiara chiuse gli occhi. Come aveva fatto lui a cogliere tutto questo? Nell’ultimo periodo i commenti sul suo blog erano addirittura aumentati e aveva decine di lettori affezionati da tutto il mondo. Nessuno di loro si era accorto che oramai scrivere per lei era diventato solo un esercizio, anzi, le facevano i complimenti per il suo inglese migliore. Solo forma, nessun contenuto. Una fabula senza passione.<br />
“Aspettavo questo pomeriggio. Sul blog avevi scritto che saresti stata lì e mi avresti incontrato. Ho avuto paura fino all’ultimo che non venissi. Poi ti ho vista. Ma non mi hai fatto una domanda, non mi hai detto una parola. Era questo incontrarsi? Una firma su un libro? Ho visto Lyuba in te. E poi ho visto qualcosa che la ricacciava dentro, in fondo. Il tuo pudore mi offendeva. Come poteva esserci pudore fra di noi? Come poteva esserci silenzio? Ti ho detestata. Ti negavi. Non potevo lasciarti andare, capisci? Non senza una spiegazione.”<br />
La macchina s’era fermata davanti all’hotel. Ulian prese la tessera della stanza alla reception e salirono in camera. Chiara si sentiva spossata.<br />
“Posso avere un po’ d’acqua?”<br />
“Sì, certo, scusami. E’ che la tensione mi fa dimenticare quelle poche buone maniere che conosco.”<br />
Si presero una pausa e poi lei cominciò:<br />
“Parlare è sempre stato difficile per me. Molto meglio scrivere. E tu non mi rendi le cose più facili.” Aggiunse con un sorriso. “Lei è sempre stata dentro di me, sin da quando ero piccola. Era la parte di me che diceva ‘io voglio’. Ma allora lo dissi una volta di troppo e venni punita per questo. Non è ridicolo? Punire e umiliare una bambina perché ha desiderato qualcosa.<br />
La rincontrai a diciassette anni, quando lessi il tuo primo libro e grazie ad esso ritrovai la forza di ricominciare a dire ‘io voglio’ senza permettere a nessuno di umiliarmi per questo. Ma tu questo lo sai già datosi che l’hai raccontato. Esplorare il mio desiderio. Tu mi avevi insegnato di nuovo questo. A diciassette anni i desideri che volevo esplorare erano quelli di cui tu narravi. Non mi sono mai vergognata per questo. Quando aprii il blog, quattro anni fa, mi venne naturale scegliermi come nickname Lyuba, il tuo personaggio. E anche metterci la mia faccia, perché no? Non c’era nulla di cui vergognarsi: me l’avevi insegnato tu. E così ho cominciato a scrivere come Lyuba. Ed è lì che tu mi hai incontrata.” Appoggiò il bicchiere sul tavolino e si avvicinò a Ulian. Si soffermò a guardarlo dritto negli occhi: “E’ vero, ti ho scopato. Non sai quante volte l’ho fatto anche nella vita reale, non solo con le parole. Ed era di quello che raccontavo nel mio blog. Tu eri la mia via di fuga. Chiudevo gli occhi e c’eri tu e allora riuscivo a scordarmi del pudore mentre scopavo. E quando scrivevo e ricordavo tu eri più vivido ancora. Tu c’eri a prescindere da me.” Gli carezzò la guancia ruvida.<br />
“Chiara…”<br />
“No, aspetta un attimo. Non c’è ancora molto da dire. Io avevo preso un tuo personaggio e me l’ero messo addosso. Avevo preso te e ti avevo trasformato nel mio amante.<br />
Un anno e mezzo fa ho cominciato a convivere con Valerio. E’ andato tutto bene, decentemente bene, diresti tu, fino a che non sono uscita una mattina per andare al lavoro e ho dimenticato di mettere la password ai miei racconti. E lui li ha letti.” Si voltò verso la finestra. “Quando sono tornata a casa quella sera ho trovato le stampate e lui lì che leggeva e rideva. Mi sbatteva in faccia le mie stesse parole come se fossero merda. Aveva sottolineato i passaggi che lo divertivano di più. Mi chiamava Lyuba come se mi stesse insultando. Diceva che ero ridicola, che dovevo crescere e mettere i piedi per terra.”<br />
Si stava tormentando le mani ma si ergeva lì, fiera, la voce ferma.<br />
“Io non mi sono mai negata a lui, Ulian. Semmai era lui che non voleva andare fino a dove io avrei voluto. Glielo potevo succhiare ma guai a sfiorargli il buco del culo. Niente graffi, niente morsi, niente dolore, niente giochi. Perché farlo per strada quando c’era il letto a casa? E non è stato l’unico, Ulian, no&#8230; I nostri percorsi, i miei e i tuoi, non sono comprensibili a tutti. E tu lo sai, senza entrare nello specifico. Quella che è una cosiddetta vita sessuale decente per molti altri non potrà mai bastare a fenomeni da baraccone come noi. Ci leggono, ci guardano godere perché non potranno mai sapere cosa ci muove, quale demone stiamo inseguendo gioiosi. I demoni che loro negano ma che desiderano. Noi urliamo quello che loro sussurrano o addirittura non osano nemmeno pensare. Ci delegano come forieri pazzi del loro delirio inconfessabile. Questo è stato un mio errore gravissimo: non realizzare che è la mediocrità quella che ti schiaccia. Io questa mediocrità me la sono portata in casa. Quella sera Valerio ha cominciato a chiamarmi malata, pazza. E a colpirmi Mi ha fatta piegare sul tavolo e mi ha inculata fra i fogli e continuava a ripetermi ‘E’ questo che vuoi, Lyuba?’ Non mi sono mai sentita tanto sporca e brutta. E mentre mi inculava io guardavo i fogli e non riuscivo nemmeno a rifugiarmi in te perché ti avrei insozzato come lui stava facendo a me: mi aveva tolto anche quello. ‘Fai schifo!’ diceva”<br />
“Chiara, basta!”<br />
“No, Ulian, non mi interrompere. La casa era la mia e chiaramente gli ho detto di andarsene subito dopo. Sanguinavo da dietro e non riuscivo a smettere di vomitare. Il giorno dopo non sono andata al lavoro. Quando sono tornata, due giorni dopo, ho scoperto che Valerio aveva mandato a tutti i miei colleghi una e-mail col link al blog. Non tutti sanno l’inglese ma hanno cominciato a far girare traduzioni. A quel punto l’opzione era chiuderlo o continuare. Ho scelto la seconda per una questione di principio. Togliere la foto non avrebbe avuto alcun senso. Solo che… era tutto sporco oramai. Ogni volta che provavo a scrivere sentivo la voce di Valerio che mi diceva ‘E’ questo che vuoi, Lyuba?’. E tu non c’eri più.”<br />
Gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sul petto&#8230;<br />
“Oggi in libreria ero lì seduta e ti guardavo rispondere, sorridere, firmare. Ero venuta per cercare di ritrovarti. Non so come potevo pensare che una vicinanza fisica avrebbe potuto cambiare le cose in qualche modo. L’intimità delle tue parole non si poteva ritrovare in una sala piena di gente, ma dovevo almeno provarci. E mentre ero lì e ti guardavo, all’improvviso qualcosa è scattato in me. Mi sono vista mentre ti prendevo e ti sbattevo sulla scrivania urlando ‘E’ questo che vuoi, Ulian?’ come aveva fatto lui con me. Io non tolleravo che tu potessi ancora scrivere mentre a me non riusciva più, non tolleravo che i nostri demoni sapessero ancora guidarti mentre si erano scordati di me. Era un istinto fisico, feroce. Volevo attaccarti la mia malattia. Ed è stato allora che ho capito che ero diventata come loro, né più né meno: una persona decente, hai detto bene. Chiara, appunto.” Rise amaramente. “E il resto lo sai. Mi spiace che tu non abbia potuto incontrare la tua Lyuba oggi.” Si sollevò in punta di piedi e gli sfiorò le labbra con un bacio. “Scusami.”<br />
“Sbagli.”<br />
“Cosa sbaglio?”<br />
La baciò con urgenza, labbra, lingue, denti. Con una mano le sollevò il vestito per scivolarle nelle mutandine. La trovò turgida e bagnata. Le entrò dentro con due dita frugandola mentre col pollice le trovava il clitoride eretto. Il respiro di lei che si mozzò in un singhiozzo. Il cazzo gli pulsava. Si aprì i pantaloni e le spostò le mutandine di lato: non c’era tempo. La spinse contro il muro e la penetrò. Aveva la figa caldissima e morbida che si contrasse immediatamente in uno spasmo attorno a lui. Si dovette fermare o sarebbe venuto subito. Poi poco a poco cominciò a muoversi dentro di lei, sempre più a fondo. Ad ogni colpo lei si apriva sempre più. “Guardami.” Lei obbedì. La prese per i fianchi e con un ultimo colpo entrò tutto dentro di lei strappandole un gemito. La sua faccia lo faceva impazzire, le guance in fiamme e gli occhi lucidi e persi dalle pupille dilatate, la bocca umida delle loro salive. Lei era tutta attorno a lui, ne sentiva le viscere. Ad un tratto il suo gemito si ruppe in una serie di singhiozzi mentre la sentiva pulsare violentemente. Le catturò la lingua se la portò nella bocca. Le strette della sua figa in orgasmo gli facevano quasi male. Rallentò. Non appena sentì che si era placata ricominciò a muoversi con forza. Di nuovo le contrazioni di lei e a questo punto lui le esplose dentro mentre le loro grida si fondevano in un canto antico. Ancora dentro di lei con i sessi che continuavano a battere, la strinse forte e disse:<br />
“Qualsiasi sia il tuo nome… TU sei qui.”</p>
<p align="right"><i>(Pubblicato su ISR il 4/3/2008)</i></p>
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