Quando aveva teso la mano per riprendere la sua copia del libro, lui le aveva afferrato il polso e si era sporto verso di lei.
“Aspettami.” Le aveva detto, “Devo parlarti.”
Pochi minuti più tardi, dopo aver finito di firmare i libri e aver fatto le foto di rito con i proprietari della libreria, si era diretto verso di lei e l’aveva portata in un angolo calmo.
“Devi imparare a non mediare con te stessa.”
Lei lo guardò interrogativa.
“Che non significa non riconoscere i propri limiti e i propri punti deboli, anzi. Proprio questi, se riconosciuti, possono divenire punti di forza. Smettila di pensare a quello che gli altri si aspettano di leggere da te. Scrivi per te stessa. Scrivi in fretta, in maniera grezza, brutale. Non rileggerti. Ci penserai dopo. E quando rivedrai quello che hai scritto, limitati a correggere i refusi e gli errori grossolani ma non cambiare i tuoi pensieri. Non avere paura delle frasi troppo lunghe né di quelle troppo corte. Scrivere è come vivere e quando vivi il tempo si contrae e si dilata. E’ naturale. Tanto naturale che nemmeno ce ne accorgiamo se non quando tentiamo di mettere la vita sul foglio. Non abbandonarsi ai suoi ritmi sarebbe come violentarla.”
Quel fiume di parole che lui le aveva riversato addosso l’aveva spiazzata. Non aveva fatto domande durante il dibattito, non gli aveva detto nulla quando aveva portato il libro a firmare. Che cosa lo aveva scatenato?
Le si avvicinò e le sussurrò all’orecchio:
“Da quanto tempo non ottieni ciò che desideri? Da quanto tempo, Lyuba?”
Il suo nickname. Venne presa da una sensazione di panico che le sfrigolò lungo le ossa. Sapore di metallo in bocca e ondate di calore. Istintivamente distolse lo sguardo dagli occhi di lui e cercò una via di fuga.
“No, non scappi di qui. Non ci pensare nemmeno.” Sembrava quasi leggerle nella mente. Sentiva il suo odore e il calore che il suo corpo irradiava. La sua presenza fisica incombeva su di lei. Non riusciva a decifrare quello che i suoi occhi scuri celavano. Sembrava quasi rabbia.
“Dimmi cosa vedi.”
Lei si guardò attorno e deglutì prima di cominciare a parlare:
“Si tengono tutti a distanza da noi. Ci guardano.”
“Non pensare agli altri. Tu pensi sempre agli altri. Stiamo dando spettacolo, è vero. Ti ho coinvolta e ho giocato sporco, è vero. Ma tanto tutti loro pensano che io sia un satiro pazzo dotato di un certo talento e non ti daranno la colpa di nulla. Tu cosa vedi?”
“Non capisco.”
“Non ti sto chiedendo di capire. Cosa vedi?
“Vedo te.”
“E tu? Che ruolo hai in questo?”
“Ti sto… subendo.”
“Solo?”
“Sono sorpresa.”
“Sorpresa? Mi deludi, mi aspettavo qualcosa di più da te, Lyuba! Di solito non ti mancano le parole.”
“Non mi chiamare più per nickname.” Il suo fu quasi un grido.
“Ti disturba?”
“Molto. Quello che mi stai facendo è da vigliacco. Non capisco…”
“Non sono io il vigliacco, qui.” Il suo sarcasmo la colpì come una sferzata. Lacrime di rabbia le si coagularono al centro della fronte in un nodo doloroso e pulsante.
“Figlio di puttana.” Una lacrima le sfuggì e rotolò lungo la guancia. La sentì cadere calda sul petto arrossato.
“Piangi? Mi subisci? Sei sorpresa? Devo essere proprio un mostro, Lyuba, vero? Hai messo la tua foto in rete, tieni un blog in una lingua non tua per raggiungere più gente possibile. E racconti del tuo desiderio in mille modi diversi, esattamente come me. Io vengo pagato per farlo e tu no. Questa è l’unica differenza fra di noi. Se non avessi voluto essere riconosciuta non avresti messo la tua foto in rete. E non avresti scritto che saresti venuta qui oggi. Di cosa ti stupisci, allora? Che uno alla fine ti abbia riconosciuta? Che uno associ te, la tua faccia, ai tuoi desideri e alle tue perversioni? Tu l’hai fatto con me. Che c’è di tanto mostruoso nella reciprocità?”
“Tu non sai chi sono.”
“Balle. Conosco Lyuba. La conosco benissimo.”
“Non sono Lyuba. Mi chiamo Chiara e faccio la bibliotecaria in una piccola città.”
“Balle. Tu sei Lyuba e ti sei messa addosso un abito di decenza che ti sta stretto. Talmente stretto che non vedevi l’ora che qualcuno te lo strappasse via. Questo abito si chiama Chiara. Ebbene, è successo alla fine, qualcuno ti ha strappato quell’abito. Eccomi qui.”
La rabbia le esplose dentro all’improvviso.
“Si può sapere che cazzo vuoi, stronzo arrogante? Parli solo tu. Sai tutto tu. Che cazzo ne sai tu della mia vita, eh? Tu di me sai solo quello che hai letto, e quello che hai letto non sono io. Chiara si alza ogni mattina alle 7 e va a lavorare. Chiara va a fare la spesa e cerca i detersivi in offerta. Chiara passa l’aspirapolvere e dorme in pigiama. Chiara…”
“Sì certo, Chiara è una persona estremamente decente e perbene e infatti Chiara se ne sarebbe già andata. TU sei ancora qui, invece.”
Le sue ultime parole risuonarono nel silenzio totale. Tutti gli sguardi del negozio si concentravano su di loro, attoniti.
“Andiamocene da qui.” Le strinse il polso, raccolse il cappotto di lei dalla sedia e la trascinò con sé fuori. “Non ti preoccupare. Per loro è solo un’altra follia di Ulian Malikov.”
Una macchina era ferma all’uscita ad attenderlo. La fece salire e si lasciò cadere accanto a lei. Chiara rimase immobile guardandosi le scarpe. Quanto tempo era passato? Pochi minuti. Pochi minuti e lui l’aveva precipitata in una dimensione surreale e claustrofobica. Non riusciva a guardarlo, non riusciva a pensare. Lo vedeva muovere nervosamente il piede mentre continuava a toccarsi la fronte e le labbra. Scuoteva il capo come se stesse cercando di afferrare delle parole che gli sfuggivano.
Le strade illuminate scorrevano fuori dai finestrini. Il silenzio era irreale. Dentro di lei i pensieri si accavallavano e spezzavano in schegge acuminate prima di riuscire a formarsi.
“Che cosa ha ucciso i tuoi sogni, Chiara?” La voce di lui era finalmente morbida, quasi dolce. Anche quando pronunciò il suo nome non lo fece con la nota di disprezzo che aveva usato prima. “Non può essere stata solo la spesa, la sveglia alla mattina, il lavoro. Cosa, allora?”
“Che intendi?”
“Sai bene che intendo. Lyuba raccontava storie fantastiche senza preoccuparsi. Lyuba era un folletto perverso che ti catturava in una danza attorno al fuoco. Lyuba se ne fregava se qualcuno diceva che non poteva volare: si gettava e volava… e ti prendeva per mano per mostrarti il suo mondo dall’alto. Lyuba era carne calda trasformata in parole.” Le tolse il libro dalle mani e le strinse fra le sue. Appoggiò il viso sul collo di lei e le disse in un soffio: “Tu non sai quante volte ti ho scopata. Almeno tante quante tu hai scopato me.” Aspirò a fondo il profumo dei suoi capelli e poi proseguì “Aleksey, Lyov, Matvei, Georgyi. Mi chiamavi in cento modi, ma io sapevo di essere lì. Tu mi invitavi dentro di te e cominciavi a pulsare. Lasciavi che ti guardassi mentre godevi. Volevi che gli altri ci guardassero godere. E io prendevo da te e continuavo a scoparti con le parole. Lidia, Lara, Leda… ti scopavo ogni volta in modo diverso. Il mio periodo L, l’hanno chiamato. Sapevo che mi leggevi, lo scrivevi, scherzavi riprendendo i miei racconti e completandoli.”
La leggera barba di lui le pungeva il collo. Un torpore caldo le si accese nel ventre quando le prese la nuca e la strinse ancora di più a sé.
“Poi t’ho vista ingrigire e raffreddarti. Vedevo che stavi morendo. Andavo alla tua porta tutte le sere e la trovavo chiusa. E se anche era aperta i tuoi racconti erano ombre fredde. Lyuba non sorrideva più. Lyuba non poteva volare.”
Chiara chiuse gli occhi. Come aveva fatto lui a cogliere tutto questo? Nell’ultimo periodo i commenti sul suo blog erano addirittura aumentati e aveva decine di lettori affezionati da tutto il mondo. Nessuno di loro si era accorto che oramai scrivere per lei era diventato solo un esercizio, anzi, le facevano i complimenti per il suo inglese migliore. Solo forma, nessun contenuto. Una fabula senza passione.
“Aspettavo questo pomeriggio. Sul blog avevi scritto che saresti stata lì e mi avresti incontrato. Ho avuto paura fino all’ultimo che non venissi. Poi ti ho vista. Ma non mi hai fatto una domanda, non mi hai detto una parola. Era questo incontrarsi? Una firma su un libro? Ho visto Lyuba in te. E poi ho visto qualcosa che la ricacciava dentro, in fondo. Il tuo pudore mi offendeva. Come poteva esserci pudore fra di noi? Come poteva esserci silenzio? Ti ho detestata. Ti negavi. Non potevo lasciarti andare, capisci? Non senza una spiegazione.”
La macchina s’era fermata davanti all’hotel. Ulian prese la tessera della stanza alla reception e salirono in camera. Chiara si sentiva spossata.
“Posso avere un po’ d’acqua?”
“Sì, certo, scusami. E’ che la tensione mi fa dimenticare quelle poche buone maniere che conosco.”
Si presero una pausa e poi lei cominciò:
“Parlare è sempre stato difficile per me. Molto meglio scrivere. E tu non mi rendi le cose più facili.” Aggiunse con un sorriso. “Lei è sempre stata dentro di me, sin da quando ero piccola. Era la parte di me che diceva ‘io voglio’. Ma allora lo dissi una volta di troppo e venni punita per questo. Non è ridicolo? Punire e umiliare una bambina perché ha desiderato qualcosa.
La rincontrai a diciassette anni, quando lessi il tuo primo libro e grazie ad esso ritrovai la forza di ricominciare a dire ‘io voglio’ senza permettere a nessuno di umiliarmi per questo. Ma tu questo lo sai già datosi che l’hai raccontato. Esplorare il mio desiderio. Tu mi avevi insegnato di nuovo questo. A diciassette anni i desideri che volevo esplorare erano quelli di cui tu narravi. Non mi sono mai vergognata per questo. Quando aprii il blog, quattro anni fa, mi venne naturale scegliermi come nickname Lyuba, il tuo personaggio. E anche metterci la mia faccia, perché no? Non c’era nulla di cui vergognarsi: me l’avevi insegnato tu. E così ho cominciato a scrivere come Lyuba. Ed è lì che tu mi hai incontrata.” Appoggiò il bicchiere sul tavolino e si avvicinò a Ulian. Si soffermò a guardarlo dritto negli occhi: “E’ vero, ti ho scopato. Non sai quante volte l’ho fatto anche nella vita reale, non solo con le parole. Ed era di quello che raccontavo nel mio blog. Tu eri la mia via di fuga. Chiudevo gli occhi e c’eri tu e allora riuscivo a scordarmi del pudore mentre scopavo. E quando scrivevo e ricordavo tu eri più vivido ancora. Tu c’eri a prescindere da me.” Gli carezzò la guancia ruvida.
“Chiara…”
“No, aspetta un attimo. Non c’è ancora molto da dire. Io avevo preso un tuo personaggio e me l’ero messo addosso. Avevo preso te e ti avevo trasformato nel mio amante.
Un anno e mezzo fa ho cominciato a convivere con Valerio. E’ andato tutto bene, decentemente bene, diresti tu, fino a che non sono uscita una mattina per andare al lavoro e ho dimenticato di mettere la password ai miei racconti. E lui li ha letti.” Si voltò verso la finestra. “Quando sono tornata a casa quella sera ho trovato le stampate e lui lì che leggeva e rideva. Mi sbatteva in faccia le mie stesse parole come se fossero merda. Aveva sottolineato i passaggi che lo divertivano di più. Mi chiamava Lyuba come se mi stesse insultando. Diceva che ero ridicola, che dovevo crescere e mettere i piedi per terra.”
Si stava tormentando le mani ma si ergeva lì, fiera, la voce ferma.
“Io non mi sono mai negata a lui, Ulian. Semmai era lui che non voleva andare fino a dove io avrei voluto. Glielo potevo succhiare ma guai a sfiorargli il buco del culo. Niente graffi, niente morsi, niente dolore, niente giochi. Perché farlo per strada quando c’era il letto a casa? E non è stato l’unico, Ulian, no… I nostri percorsi, i miei e i tuoi, non sono comprensibili a tutti. E tu lo sai, senza entrare nello specifico. Quella che è una cosiddetta vita sessuale decente per molti altri non potrà mai bastare a fenomeni da baraccone come noi. Ci leggono, ci guardano godere perché non potranno mai sapere cosa ci muove, quale demone stiamo inseguendo gioiosi. I demoni che loro negano ma che desiderano. Noi urliamo quello che loro sussurrano o addirittura non osano nemmeno pensare. Ci delegano come forieri pazzi del loro delirio inconfessabile. Questo è stato un mio errore gravissimo: non realizzare che è la mediocrità quella che ti schiaccia. Io questa mediocrità me la sono portata in casa. Quella sera Valerio ha cominciato a chiamarmi malata, pazza. E a colpirmi Mi ha fatta piegare sul tavolo e mi ha inculata fra i fogli e continuava a ripetermi ‘E’ questo che vuoi, Lyuba?’ Non mi sono mai sentita tanto sporca e brutta. E mentre mi inculava io guardavo i fogli e non riuscivo nemmeno a rifugiarmi in te perché ti avrei insozzato come lui stava facendo a me: mi aveva tolto anche quello. ‘Fai schifo!’ diceva”
“Chiara, basta!”
“No, Ulian, non mi interrompere. La casa era la mia e chiaramente gli ho detto di andarsene subito dopo. Sanguinavo da dietro e non riuscivo a smettere di vomitare. Il giorno dopo non sono andata al lavoro. Quando sono tornata, due giorni dopo, ho scoperto che Valerio aveva mandato a tutti i miei colleghi una e-mail col link al blog. Non tutti sanno l’inglese ma hanno cominciato a far girare traduzioni. A quel punto l’opzione era chiuderlo o continuare. Ho scelto la seconda per una questione di principio. Togliere la foto non avrebbe avuto alcun senso. Solo che… era tutto sporco oramai. Ogni volta che provavo a scrivere sentivo la voce di Valerio che mi diceva ‘E’ questo che vuoi, Lyuba?’. E tu non c’eri più.”
Gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sul petto…
“Oggi in libreria ero lì seduta e ti guardavo rispondere, sorridere, firmare. Ero venuta per cercare di ritrovarti. Non so come potevo pensare che una vicinanza fisica avrebbe potuto cambiare le cose in qualche modo. L’intimità delle tue parole non si poteva ritrovare in una sala piena di gente, ma dovevo almeno provarci. E mentre ero lì e ti guardavo, all’improvviso qualcosa è scattato in me. Mi sono vista mentre ti prendevo e ti sbattevo sulla scrivania urlando ‘E’ questo che vuoi, Ulian?’ come aveva fatto lui con me. Io non tolleravo che tu potessi ancora scrivere mentre a me non riusciva più, non tolleravo che i nostri demoni sapessero ancora guidarti mentre si erano scordati di me. Era un istinto fisico, feroce. Volevo attaccarti la mia malattia. Ed è stato allora che ho capito che ero diventata come loro, né più né meno: una persona decente, hai detto bene. Chiara, appunto.” Rise amaramente. “E il resto lo sai. Mi spiace che tu non abbia potuto incontrare la tua Lyuba oggi.” Si sollevò in punta di piedi e gli sfiorò le labbra con un bacio. “Scusami.”
“Sbagli.”
“Cosa sbaglio?”
La baciò con urgenza, labbra, lingue, denti. Con una mano le sollevò il vestito per scivolarle nelle mutandine. La trovò turgida e bagnata. Le entrò dentro con due dita frugandola mentre col pollice le trovava il clitoride eretto. Il respiro di lei che si mozzò in un singhiozzo. Il cazzo gli pulsava. Si aprì i pantaloni e le spostò le mutandine di lato: non c’era tempo. La spinse contro il muro e la penetrò. Aveva la figa caldissima e morbida che si contrasse immediatamente in uno spasmo attorno a lui. Si dovette fermare o sarebbe venuto subito. Poi poco a poco cominciò a muoversi dentro di lei, sempre più a fondo. Ad ogni colpo lei si apriva sempre più. “Guardami.” Lei obbedì. La prese per i fianchi e con un ultimo colpo entrò tutto dentro di lei strappandole un gemito. La sua faccia lo faceva impazzire, le guance in fiamme e gli occhi lucidi e persi dalle pupille dilatate, la bocca umida delle loro salive. Lei era tutta attorno a lui, ne sentiva le viscere. Ad un tratto il suo gemito si ruppe in una serie di singhiozzi mentre la sentiva pulsare violentemente. Le catturò la lingua se la portò nella bocca. Le strette della sua figa in orgasmo gli facevano quasi male. Rallentò. Non appena sentì che si era placata ricominciò a muoversi con forza. Di nuovo le contrazioni di lei e a questo punto lui le esplose dentro mentre le loro grida si fondevano in un canto antico. Ancora dentro di lei con i sessi che continuavano a battere, la strinse forte e disse:
“Qualsiasi sia il tuo nome… TU sei qui.”
(Pubblicato su ISR il 4/3/2008)

