Ti entra dentro
Ti fa star meglio di qualsiasi cosa tu abbia mai provato prima
E’ nel suo bacio
Il mare più nero
Che scorre più profondo di quanto
Tu possa anche solo osare immaginare.
- 8 Novembre. Giovedì. Sera. -
La città si sdraiava a semicerchio attorno alla collina coperta da un bosco fitto. Le costruzioni più antiche stavano ai suoi piedi senza osare arrampicarsi sulle pendici, quasi a non volerle violare. E’ un assurdo, mi dicevo, a venti metri da qui c’è il Duomo e poi alzi gli occhi e ti trovi davanti un bosco che sembra infinito.
D’autunno la collina essudava una fitta nebbia che si riversava nelle strade e su di noi. A volte sembrava quasi che quella nebbia ci entrasse dentro. Come quella sera.
Camminavo in fretta, i tacchi degli stivaletti che lottavano coi ciottoli del selciato ad ogni passo, accidenti a me.
“Sara!”
Scorsi l’ombra di Paolo che mi faceva segno da sotto i portici del teatro.
“Sì.”
“Sbrigati che sta per cominciare!”
“E lo so, scusa! E’ successo un casino.”
Attraversammo il foyer e raggiungemmo la platea varcando i pesanti tendoni di velluto. Gli occhiali mi si coprirono di condensa. Bon, meno male che non avevano ancora spento le luci.
“Lì” mi fece cenno Paolo indicando due posti liberi. Mi lasciai guidare. Non vedevo un cazzo. Non si potevano prenotare poltrone nelle serate musicali: difficilmente si faceva il pieno, ma poteva anche capitare la sera in cui finivi in loggione. Questa volta era andata bene: c’erano le sonate per violoncello e piano di Brahms, ma gli interpreti erano due giovani coreani. Probabilmente anche la nebbia aveva fatto la sua parte tenendo a casa molta gente che veniva da fuori.
“Che t’è successo?” mi chiese Paolo stampandomi un bacio sulle labbra.
“Ma lascia perdere… se te lo dico ti metti a ridere” stavo nervosamente ripulendo le lenti dalla condensa con un lembo del maglione riempiendole di pelucchi.
“Avevi il consiglio, no?”
“Sì, ma il divertente è arrivato dopo. Mi ha placcata la Turati.”
“ Azz’! E che voleva?”
“In breve voleva farmi notare che il mio abbigliamento e il mio aspetto potevano essere un problema.”
“Scusa?” sul viso di Paolo comparve un’espressione divertita.
“Secondo lei le ex darkettone impunite come me, che si ostinano a vestirsi di nero, mettersi i tacchi, truccarsi, usare smalto scuro e, soprattutto, hanno il piercing alla narice, possono ‘destabilizzare gli studenti’. Sic. Ci ha messo quasi due ore per dirmelo, ma il succo era quello. Cioè, non è che mi vesta come la tipa di youtube col perizoma di fuori, no? Ho 34 anni, cazzo. Dovrei conciarmi come la Bindi? Comunque è stato il piercing a mandarla in loop.”
“Secondo me la Bindi è un punkabbestia dentro. E poi, in effetti, destabilizzi me” Paolo fece scivolare una mano a saggiarmi la coscia e mi baciò sul collo facendomi rabbrividire.
“Scemo!” gli diedi un pizzicotto sul polso. “L’immagine della Bindi a un rave è raccapricciante.”
“Sì, prof, puniscimi!”
“Ma la pianti? Da domani smetto di depilarmi e divento un ratto di sagrestia.”
“E io mi trombo la Turati.”
“Le faresti un gran bene e avresti la mia benedizione.”
“Sì, tanto t’abbiamo scoperta oramai: se si ascoltano le tue lezioni al contrario si sente Satana.”
“Al rogo, al rogo!”
“E’ il piercing che fa di te una vera porca destabilizzatrice.”
“E corruttrice di giovani menti, non dimentichiamocelo.”
“Meretrice dal naso forato.” Arrivò al pizzo delle autoreggenti. “Eh, non ci sono più le prof di una volta” sospirò.
Ecco, gli occhiali erano puliti, finalmente. Me li spinsi sul naso e mi accorsi che l’uomo seduto accanto a noi ci guardava apertamente. E sorrideva. Mi sentii avvampare: doveva aver sentito tutto nonostante avessimo parlato più o meno sottovoce e il brusio in sala fosse forte. Cercai maldestramente di abbassarmi la gonna appena prima che le luci si spegnessero.
“Che figura di merda!” sibilai all’orecchio di Paolo.
- Più tardi. –
Camminavamo nella nebbia, stretti per proteggerci dal freddo. Le strade erano deserte. Casa mia era a soli cinque minuti dal teatro. Io e Paolo eravamo stati amici per tantissimo tempo prima che le cose cambiassero fra noi. C’eravamo incontrati sul treno delle sette meno un quarto per Milano, quando facevamo l’università: giovani pendolari in coma. Lui era proprio carino, oggettivamente. Il classico alto, biondo con gli occhietti chiari da elfo e soprattutto quell’arguzia naturale e la battuta sempre pronta che lo rendevano diverso da tutti gli altri. Diventammo amici e la cosa sembrava finita lì. Ognuno si faceva i cazzi propri e aveva le sue storie. Quando con una botta di culo avevo trovato un posto come docente d’Inglese di ruolo, a cinquanta chilometri dalla nostra città, avevo deciso di trasferirmi. La sera del trasloco definitivo avevo invitato un po’ di gente, fra cui lui. Avevamo bevuto troppo e io ero elettrizzata. Eravamo finiti a letto. Scopava pure benino. Il mettersi insieme fu una cosa che non decidemmo nemmeno: era così è basta. Fra di noi c’era cameratismo, complicità, ci conoscevamo perfettamente. Persino troppo, mi dicevo a volte. E subito dopo mi sentivo un verme.
“Non è stato male, no?” esordì lui.
Dovetti riflettere un attimo per capire a che si riferiva. Ah, il concerto.
“No, per niente.” risposi, “Solo che a casa ce l’ho nella versione di Rostropovich e Serkin.”
“Evabbè.”
“E poi hanno rovinato il teatro quando l’hanno ristrutturato e hanno messo la moquette: l’acustica è andata a puttane.”
“Miii! E l’acustica, e Rostropovich… ma lo sai che sei una rompicoglioni?”
“Assolutamente sì.”
Mi fece scivolare la mano sotto il maglione e mi diede un’elasticata col reggiseno.
“AHI!” mi girai di scatto afferrandogli il pacco. Lui si bloccò alzando le mani.
“Te le stritolo!” minacciai.
“Oh-oh… giochiamo pesante!”
Già, giocare. Per Paolo era tutto un gioco. Sempre.
“Posso fare di peggio…” cominciai a carezzarlo piano attraverso i pantaloni. Lo sentii guizzare e inturgidirsi. Gli aprii la cerniera e gli feci scivolare la mano nei boxer attillati. “Non parli più?” Mi alzai sulla punta dei piedi a cercargli la bocca. Lo tirai a me baciandolo mentre continuavo a massaggiargli il cazzo, così duro da sporgergli dall’elastico. Lo spinsi contro l’angolo del portone. Mi accovacciai davanti a lui, nascosta dalle pieghe del suo cappotto, e gli feci sentire il fiato caldo sulla cappella, le labbra che la sfioravano appena.
“Stronza.” ansimò.
“Com’è l’acustica del teatro?”
“Una merda.”
Con la lingua gli disegnai un cerchio sul glande.
“E Rostropovich?”
“Un dio.”
Gli tenni per un secondo la cappella fra le labbra, quindi mi rialzai facendo scorrere piano la cerniera verso l’alto.
“Ecco. Adesso, se vuoi, puoi salire da me.”
Mentre aprivo il portone Paolo mi strinse da dietro, afferrandomi goffamente i seni come un adolescente.
“Credo che la Turati abbia proprio ragione, sai?”
“In che senso?
“Sei profondamente, disgustosamente immorale.”
“Lo so.”
Il portone si richiuse alle nostre spalle.
- 12 Novembre. Lunedì. Mattina. -
Il Liceo Scientifico Avogadro era una delle poche costruzioni che avessero timidamente osato violare le pendici della collina e sembrava farne le spese. Costruito alla metà degli anni ’50 pareva quasi accasciarsi fra gli alberi, in una pozza di asfalto sconnesso. Si capiva che non aveva mai avuto velleità di bellezza o anche solo di una minima armonia: era un allevamento intensivo coperto di klinker color merda. I miei colleghi con maggiore anzianità ne erano perfette appendici. Mi chiedevo se e quando sarebbe successo anche a me di esserne fagocitata e di trasformarmi in uno zombie senza passione con una faccia lombrosiana e una gonna di tweed beige a metà polpaccio.
Alzai il volume dello Zen a 19 e mi ficcai gli auricolari bene a fondo mentre salivo al terzo piano: che nessuno osasse rompermi le palle. ‘Happiness in Slavery’ dei Nine Inch Nails mi si riversò dentro. Dolorosa, come doveva essere. Trent Reznor è un fottutissimo genio.
Entrai in sala professori: avevo un’ora buca e potevo correggere qualcosa. Il caffè della macchinetta sapeva di bruciato e vecchio, come al solito. Nella poltrona d’angolo era sprofondato Guazzoni, Storia e Filosofia, gli occhi cerchiati di rosso persi nel nulla e i capelli più unti del solito. Gesù. Non si muoveva proprio. Forse dovevo andare a chiedergli se stava bene, ma avevo paura che mi rispondesse sinceramente.
Aprii la cartelletta e cominciai a passare i fogli dei test. Eccheccazzo: anche questa volta Bardi aveva combinato un casino bestiale con la versione. Calcolai il voto: 3. Sbuffando segnai un 4+ rosso sull’angolo del foglio. Fanculo, Bardi, un altro 3 non lo recuperi più, neanche con tutti i debiti del mondo. Mi ripromisi di fargli un discorso a quattr’occhi. Guazzoni mi guardò come se mi avesse sorpresa a copiare e io tornai quindicenne in un battito di ciglia. Mi chiesi se ci si nasceva, con quello sguardo, o se era una cosa che veniva col tempo, come le gonne di tweed. Fanculo anche a te Guazzoni: sì, è vero, faccio il tifo per loro, e dunque? Faccio il tifo anche per Bardi che se ne fotte di Thomas More e delle sue utopie alla facciaccia mia. Sono un’infiltrata, faccio il doppio gioco, baro. “Loro ti tolgono tutto, se li lasci fare. TUTTO!” mi aveva vomitato addosso una volta la Furlan, Matematica biennio, lo sguardo allucinato da lemure in acido. E che dovrebbero toglierti “loro”, Furlan? Che hai tu che “loro” non hanno? Mi vergognai immediatamente di quello che avevo anche solo pensato di quella donna evidentemente distrutta e le tesi un kleenex sentendomi immensamente buona e anche un po’ partecipe, vah.
Qualcuno mi toccò la spalla facendomi sobbalzare. Era Cusato, o meglio, Don Gianni Cusato, Religione Cattolica e Seghe Mentali. Si portò indice e medio alle labbra accennando alla porta con la testa: sì, avevo proprio bisogno di fumare. Scendemmo in cortile senza una parola. Anche ‘sta cosa che l’unico collega con cui avessi stretto un rapporto umano decente fosse un prete era ben strana: m’ero fatta sbattezzare due anni prima, in pieno fervore anticlericale, e lui lo sapeva. Ma forse dipendeva solo dal fatto che io e lui fossimo i più giovani là dentro.
Aspirammo una lunga boccata.
“Gianni, hai fatto in tempo a vedere The Wall dei Pink Floyd o avevi già trovato Dio?”
Rise. “L’ho visto, l’ho visto. Ce l’ho in videocassetta. Perché?”
“Hai presente la scena di ‘One Of My Turns’? Quella in cui Pink si porta in stanza la groupie?”
“Fotogramma per fotogramma.”
“Ecco. Secondo me Guazzoni prima o poi farà una cosa del genere in sala professori. Di punto in bianco spaccherà tutto e getterà la macchinetta del caffè dalla finestra urlando.”
“Quello potrei farlo anch’io. A dire il vero ci penso tutte le volte che prendo il caffè lì. Ma sai che somigli un casino alla groupie di The Wall?”
“Lascia perdere me e la groupie. Non è che potresti parlare a Guazzoni? Seriamente. E’ stato lì un’ora a fissare il vuoto.”
“Perché non gli parli tu?”
Già, perché non io?
“Non lo conosco: cazzo gli dico? Guazzoni penso tu stia impazzendo? E poi tu, insomma… sei un prete, in fondo.”
“Sono un prete, in fondo?” Rise ancora e si ingolfò col fumo.
“Ma sì, hai capito. Ok, tu sei un caso a parte, ma credevo che certe cose ve le dessero come software di base. Un certo ruolo, le parole giuste…”
“E le parole giuste quali sarebbero? Guazzoni, praticamente non ti conosco, ma sono un prete e in quanto tale ho il diritto di dirti che stai impazzendo?”
“Beh, in effetti…” Spegnemmo i mozziconi nell’aiola. “Ma davvero hai la videocassetta di The Wall?”
“Sì, perché?”
“Questa cosa di un prete che ascolta i Pink Floyd mi ha tolto delle certezze.”
“Si chiamano pregiudizi. Tu comunque non succhiare le dita a Guazzoni.”
“Ma… ma… Don Gianni! Si vergogni!”
“E mica ci son nato prete!”
- 14 Novembre. Mercoledì. Pomeriggio. -
Il dottor Roveti mi porse un pezzo di carta ruvida e si tolse il guanto di lattice senza guardarmi.
“Per il resto va tutto bene.”
Mi sollevai dal lettino e mi ripulii dal gel prima di rimettermi gli slip. Già, per il resto. Ma quale resto? Occlusione tubarica bilaterale, era stata la diagnosi. Sterilità, in soldoni. Non che avessi mai cercato un bambino ma questa cosa mi pesava addosso come un macigno e non capivo perché. L’avevamo scoperto per caso mentre indagavamo su una presunta cisti ovarica.
“La cosa positiva è che ha un utero perfetto” mi urlò dal bagno.
Un utero perfettamente inutile. Grazie mille.
“Non è una condizione così rara, sa?” disse asciugandosi le mani.
E in che modo questo dovrebbe rinfrancarmi? Dovrei sentirmi meno sola? Donne sterili di tutto il mondo unitevi! E perché cazzo non mi guardi negli occhi, mentre me lo dici?
“Un’altra cosa positiva è che in questo campo si sono fatti progressi enormi, ultimamente. Lei è a posto a livello ormonale e strutturale. Il suo è soltanto un problema, come dire, meccanico.”
Silenzio.
“Se mai volesse avere un figlio si può provare con l’inseminazione in vitro. Aspetti dovrei avere un libricino qui dove si…”
“Quanto le devo?”
“Scusi?”
“Per la visita: quanto?”
“150 Euro”
Gli misi i soldi sulla scrivania.
“Aspetti, le faccio la ricevuta se vuole.”
Ero già fuori della porta. Mi precipitai verso casa senza aprire l’ombrello nonostante piovesse. Sterile, mezza donna, merce avariata, ramo secco, sterile. Vent’anni della mia vita passati nel timore di restare incinta e adesso che questa ipotesi era definitivamente scongiurata mi sentivo mutilata. Un problema meccanico e forse non c’ero manco nata così, ma avevo perso il treno ormai. Nella mia pancia non sarebbe mai cresciuto niente di vivo. Mi bloccai e mi infilai una mano sotto la camicia: lo sentii appena sotto la scapola. Lo strappai via con le unghie. Un quadratino adesivo di cerotto, ultima frontiera della contraccezione. Ah! Pivello! Non sei niente in confronto alla mia occlusione tubarica bilaterale. Lo gettai in un cestino. Presi il cellulare e chiamai Paolo.
TIM. Informazione gratuita… ma vaffanculo!
Entrai in casa e mi buttai sul letto così, senza togliermi nemmeno il cappotto. Aprii la bocca e urlai nel cuscino.
- 15 Novembre. Giovedì. Pomeriggio. -
“Ciccia, m’hai chiamato ieri?” era Paolo.
“Sì. Pensavo mi richiamassi prima.”
“E scusami ma sono andato a prendere l’aperitivo con Giorgio e Teresa e ho spento il telefono. Ho visto la tua chiamata stamattina. Era urgente?”
E beh, insomma.
“No, niente di grave. Ne parliamo a voce stasera, dai.”
“Stasera?”
“Sì, stasera c’è il violoncello solo di Bach a teatro, ricordi?”
“Ah già.”
“Problemi?”
“Beh… è che ieri ho preso un mezzo accordo con Giorgio per una pizza fra colleghi, stasera. M’ero proprio dimenticato del teatro.”
“Ah, ok.”
“Tanto ci vediamo nel weekend, no?”
“Ma sì. E’ che avevo bisogno di parlarti.”
“Ma che succede?”
“No, non così, al telefono. Ne parliamo nel weekend, d’accordo?”
“No, dai, cavoli, così mi fai stare in pensiero. Accennami qualcosa, almeno.”
“E’ che, beh, ieri sono andata dal ginecologo. Sai, erano arrivati quegli esami…”
“Ah, già! Tutto bene?”
“Io sto bene, è tutto a posto… solo che…”
“Solo che?” Che c’era nella sua voce? Ansia?
“E’ che… cioè, in breve non posso avere bambini.”
Un sospiro. “Ah beh. Cavoli, meno male. M’hai fatto prendere un colpo. Pensavo l’opposto.” Gelo. “Sara? Sei ancora lì?”
“Sì.”
“Ci vediamo nel weekend, ok?”
“Ok.”
Per non capire assolutamente un cazzo di cose di donne ci vuole un certo talento naturale e una buona dose di abnegazione. Complimenti Paolo. Con questa ti sei laureato summa cum laude.
Per la prima volta in due giorni mi concessi qualche lacrima. Ricomponiti, perdio! Che t’aspettavi? E adesso fatti una doccia calda, vestiti, rifatti il trucco ed esci, forza. La parola d’ordine è minimizzare.
- Più tardi. –
La nebbia era più fitta ancora della settimana prima, se possibile. Camminavo di lampione in lampione orientandomi con le vetrine dei negozi. Ancora tre traverse e sarei stata al porticato del teatro. Fu allora che mi sentii guizzare dentro, inaspettata e violenta, la larva del panico. Cazzo, stavo cedendo. Mi bloccai e mi appoggiai al muro. Dovevo agire in fretta, prima che diventasse troppo forte per contrastarla e scoppiasse il vero e proprio attacco. No, caro, non mi fotti più, non scaverai più il tuo fetido nido nella mia carne, ci sei stato dentro fin troppo e mi hai devastata. Adesso basta. Respirai a lungo, piano, e la visualizzai, come mi avevano insegnato. L’attacco di panico è un simbionte, non un parassita come molti credono. Un simbionte molto stronzo e prepotente, è vero… ma sempre simbionte resta. E come tale porta vantaggi a chi lo ospita. Ora: io non avevo più bisogno di questi vantaggi, non al prezzo che lui stabiliva, almeno, e non con gli interessi che sapevo mi avrebbe chiesto. Mi proiettai dentro il suo nido e lo afferrai. Lo portai fuori da me, fumante e viscido, e mi soffermai a guardarlo un attimo prima di lasciarlo cadere a terra e schiacciarlo col tacco mentre ancora si dibatteva. Ciao, stronzo, alla prossima. Ripresi a camminare.
Ero stanca e avevo molta poca voglia di umanità, quella sera, specialmente di quell’umanità lì, che puzzava giglio morto, cipressi e muffa come un camposanto. Presi il pieghevole di sala, feci tre rampe di scale e mi infilai quasi furtiva in un palco laterale vuoto. Il problema dei palchi sono le dannatissime poltroncine dure e scomode, con un solo bracciolo. Mi ero spesso interrogata sul perché del bracciolo unico senza riuscire a trovare una spiegazione logica. Probabilmente quelle poltroncine sono figlie dell’epoca in cui il teatro è stato costruito: pieno barocco. Forse il sadismo intrinseco della posizione rigida in cui ti costringono è nato dall’esigenza di impedire che il signorotto locale e la sua cornutissima dama si abbioccassero molto poco dignitosamente durante la rappresentazione. Boh? Comunque quelle malefiche poltroncine ce le sorbivamo anche noi, trecentocinquant’anni dopo. Ahia.
La porta del palco si aprì alle mie spalle con un soffio e l’uomo entrò strappandomi alle mie elucubrazioni leziose sul falsamente lezioso arredamento barocco. Si sedette sulla poltroncina gemella alla mia.
Ficcai il naso nel pieghevole fingendo interesse per la biografia dello sconosciuto giovane violoncellista polacco che avrebbe suonato quella sera, mentre continuavo a guatare di soppiatto il mio silenzioso compagno di palco. Dove l’avevo già visto? La presa di coscienza mi piombò addosso come una mannaia: era il tipo seduto accanto a me e Paolo la settimana prima. Mi tornò in mente come mi guardava e sorrideva, quegli occhi verdi in una corolla di ciglia lunghe e folte come quelle dei bambini di Aleppo: da farti impazzire. E no! E no! Così non va bene. Scattai in piedi e mi misi a cercare qualcosa di inesistente nella borsetta che avevo abbandonato su uno degli sgabellini: dovevo agire in fretta prima che il mio maledetto rossore da pulzella oltraggiata diventasse troppo palese. Alla mia età mica si arrossisce più, cazzo! Cioè, si arrossisce per uno sbalzo di pressione, per un boccone andato per traverso, non perché uno ti guarda, o meglio, t’ha guardata la settimana prima. E probabilmente manco si ricorda di te. O magari t’ha guardato le cosce, visto che erano lì in esposizione, e allora? Uuuh! T’ha guardato le cosce, sai che roba! Vai su Internet e googli, chessò, Lesbian Dungeon Inferno e lì altroché cosce!
Ma lo guardavo da lì dietro: era brizzolato e massiccio, senza essere grosso. Poteva avere dieci anni più di me. Mi colpirono le sue mani nervose, con una peluria scura che scendeva oltre il polso fino alle dita. Era proprio bello, cazzo! Sentii un lieve sfarfallio nella pancia e la fica che mi si contraeva. Ma che minchia stai facendo, Sara? Siediti e sta’ buona, per favore. (ZITTA TU!) Lasciai vagare lo sguardo nel teatro a trovare conferma del mio sospetto: la platea era ben lungi dall’essere al completo, nel primo e secondo ordine solo i palchi centrali erano occupati e nel terzo c’eravamo solo noi, in quello sfigatissimo laterale. Sentii il clic metallico di una tagliola scattarmi dentro. C’era premeditazione, dunque. E bravo il mio sconosciuto! Che volevi fare? Scambiare due parole? Cercare un contatto umano? O magari persino fare amicizia, eh?
La cosa che mi stava riempiendo da dentro era nuova ma familiare, un fluido nero, sconcertante e osceno, che sgorgava direttamente da quella manciata di cellule antiche che chiamano cervello rettile e non lasciava spazio ad altro. Niente pensieri, niente sovrastrutture, niente scuse ed eufemismi. Niente. Solo quella fame profonda come un pozzo che mi torceva le viscere.
Lui si mise leggermente di profilo e potei osservarlo con occhi nuovi stavolta, soffermandomi su ogni particolare, sulla barba di un giorno, sulle labbra piene ma non molli, sul naso difficile e soprattutto su quegli occhi torbidi e stanchi affogati in ciglia di bimbo. Era così vivo, nelle sue imperfezioni, da farmi quasi tenerezza. Quasi.
Ripresi posto accanto a lui in attesa che lo spettacolo avesse inizio. Chi è di scena. Le luci si abbassarono, il brusio scemò, poi un applauso e la Suite n.1 in Sol Maggiore si distese su di noi.
Lasciai che fosse lui a decidere quando avvicinarsi e lo fece quasi subito: una gamba sfiorò la mia, discretamente, innescandomi. Il fluido nero aveva ormai raggiunto ogni mia cellula e la fame mi urlava dentro. Gli presi la mano e ci stringemmo le dita qualche secondo, come in un minuetto. Gli carezzai la guancia. Chiuse gli occhi appoggiandosi alle mie nocche come un gatto in cerca d’amore e io gliene concessi un po’. Indugiai su di lui in quel limbo tattile carico di tensione: gli zigomi, la vena che gli pulsava furiosamente sul collo, le labbra dischiuse. Lì, fra le sue labbra, trovai il pertugio per arrivare finalmente a lui. Mi rifugiai lì annusando curiosa il suo calore e lo assaggiai piano per la prima volta. Era buono. Gli presi la nuca e lo spinsi a me, lo costrinsi a schiudersi e quindi lo violai a fondo con la lingua, giù, dentro la sua testa, mi riversai in lui per poi aspirarlo in me in quel primo scambio di umori e carni e poi ancora, onda e risacca, onda e risacca: volevo berlo, volevo mangiarlo. E lì, bocca nella bocca, respiro nel respiro, lui cedeva. E aspettava. Ma la sua bocca non mi bastava più e scesi a cercare altra carne facendomi strada frenetica fra i bottoni della sua camicia fino al petto, al ventre che leccai piano risalendo poi ai capezzoli eretti che inumidii e quindi imprigionai e pinzai con le unghie strappandogli una specie di sfrigolio sorpreso. E ancora con la bocca a cercare la carne morbida e bianca dei suoi fianchi in cui affondare i denti e succhiare, la pelle liscia della schiena in cui piantare le mie spine. Non mi bastava, dio, non mi bastava. Diventammo liquidi e gocciolammo a terra. Mi accasciai sul suo petto e venni catturata dal battito rapido del suo cuore. Restai ad ascoltare. Lui mi sfiorò timidamente i capelli quasi a richiamare la mia attenzione, come se fosse possibile dimenticarsi di quel che stava succedendo. Lo guardai. La bocca macchiata del mio rossetto era piegata in un sorriso, in QUEL sorriso, che sembrava sanguinare incredulo. Gli slacciai la cintura e la patta ed esposi il cazzo scuro ed eretto. Ebbi un capogiro. Carne. Gli abbassai i pantaloni e mi misi in ginocchio davanti a lui. Gli divaricai le gambe e cominciai a leccarlo a lungo nelle pieghe salate fra cosce e scroto, gli presi in bocca le palle, una ad una, le succhiai, le trattenni leggermente fra i denti facendole contrarre. Quindi scesi più giù, seguii la striscia di pelle dura e liscia che porta all’ano con la lingua morbida, larga, rassicurante. Lasciai cadere qualche goccia di saliva che scivolò nella sua fessura e poi risalii all’asta che lappai lentamente, dalla base verso l’alto, giù e su, fermandomi appena sotto il glande. Lui era bianco, esposto, vulnerabile, fragile, invitante. Aveva lo sguardo di un animale randagio accecato sull’asfalto dai fari di una macchina. Che dolce. Chiusi le labbra e raccolsi in un bacio la piccola perla di liquido salato che gli si era formata sulla punta del cazzo. La sentii sciogliersi sulle labbra e quindi la gustai. Mi protesi su di lui e lo baciai ancora, coi denti e la lingua dura. Ci staccammo. Un filo di bava gli colò sul mento. Lo ripulii. Scesi piano verso la sua fessura e cominciai a massaggiargli delicatamente l’ano con le dita umide. Dapprima si contrasse, ma io continuai a guardarlo negli occhi e toccarlo in cerchi lenti e a spingere appena, senza forzare, facendogli al contempo scorrere l’altra mano sul cazzo, per tranquillizzarlo quel tanto che bastava a farlo rilassare. Ed infine si schiuse un po’ ed io entrai in lui con un dito, piano piano, godendomi lo spettacolo della sua faccia, delle emozioni che si alternavano palesi su di essa, mentre lo penetravo fino all’ultima nocca. Dovevo stare attenta a non fargli troppo male con le unghie. Il respiro gli si mozzò in un singhiozzo. Ecco, ero dentro. Mi chinai su di lui e gli ingoiai l’uccello giù, più a fondo che potevo per poi risalire e attorcigliarmi come un serpente alla sua cappella, e poi giù, di nuovo in gola e ancora su, succhiando e avvolgendolo nella lingua. Dietro si aprì come un bocciolo. Infilai un secondo dito in lui. Trovai il rigonfiamento della prostata e lo carezzai a tempo con i movimenti della mia testa sul suo sesso, spingendolo verso me mentre scendevo, per poi ritirarmi e tornare a penetrare la sua carne sempre più molle, sempre più veloce. E intanto continuavo a succhiarlo e a massaggiargli le palle come se non ci fosse più domani. Dio, come gli piaceva. Dai suoi gemiti e dai suoi scatti capii che stava per venire.
Mi bloccai.
Così, seminudo per terra, col cazzo duro, le gambe ancora aperte e gli occhi spalancati a cercarmi sembrava una bambola rotta.
Presi dalla borsa un portacipria e cominciai a ripulirmi sommariamente con un fazzolettino. Poi mi abbassai la gonna, raccolsi il cappotto dallo sgabello e mi accovacciai accanto a lui.
“Mi spiace. Avessi avuto un cazzo t’avrei fottuto con quello.” gli dissi sorridendo.
La temperatura era scesa e la nebbia era caduta in miliardi di piccoli cristalli di ghiaccio che scintillavano sul selciato. Mi infilai gli auricolari dello Zen ben a fondo e schiacciai play. ‘With Teeth’ dei Nine Inch Nails mi si riversò dentro riscaldandomi. Eh sì: Trent Reznor è proprio un fottutissimo genio.
(pubblicato su ISR il 15/3/2008)

